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Comune di Lamporo

L'ORIGINE DEL CENTRO ABITATO
Venendo più direttamente alle possibili antiche origini di Lamporo per ora abbiamo solo incerte tradizioni orali, qualche cenno derivabile dalla storia delle località vicine, a loro volta abbastanza incerti, pochissimi reperti forse assegnabili alla antichità della località di Lamporo; ma anche la tradizione orale ha un certo valore, non è mai totalmente infondata. Veniamo ora a qualche possibile reperto archeologico. Ci è stato riferito che alcuni anziani di Lamporo, dell'età dei nonni della mia generazione, cioè tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, ricordano che, in gioventù, facendo uno spianamento in regione Fraschea-Nivolè-Vallana vennero alla luce da sottoterra degli otri (urs), che subito gli spianatori pensarono pieni di monete d'oro; fu una grande delusione quando videro invece che erano pieni cenere! Gli otri vennero rotti e gettati nel terreno. Saranno state urne cinerarie delle antiche popolazioni Liguri della civiltà di Golasecca, magari possibili in una zona rialzata del terreno e forse libera dalle paludi, oppure dell'epoca romana pre-cristiana in cui usava l’incenerazione dei cadaveri? Se quegli "otri" fossero stati conservati ne sapremmo di più sull'origine di Lamporo.
Una delle tradizioni riportate, ricordata anche in una memoria dell'ex parroco don Giovanni Gianotti, parla di una zona detta "Emporium" in epoca romana (in latino significa zona di mercato), dove probabilmente poteva essere depositato anche fieno e altro materiale ingombrante del vicino accampamento cintato romano (Quadrata, la futura Crescentino), da cui sarebbe derivato, per successive variazioni volgarizzate, il nome di Lamporo; questo abitato ci porterebbe almeno all'inizio dell'Era Cristiana. La derivazione da "Emporium" è accennata, anche se in forma un po' diversa, pure da C.E. De Gregory (L'antichità di Crescentino, Torino, Mairese, 1770, p. 56, nota).
Un'antica tradizione orale vorrebbe l'abitato di Lamporo originariamente collocato proprio nella zona Fraschea-Nivolè-Vallana, poi trasferito lungo il corso d'acqua (la nostra roggia) denominato a sua volta "Lamporo" già in antichi documenti, in quanto, durante una delle solite epidemie di peste o di colera, i sopravvissuti avrebbero notato che alcuni abitanti in case già lungo la roggia non erano stati colpiti dall'epidemia. Si ritenne allora che l'acqua della roggia "portasse via le epidemie" e il paese sarebbe stato ricostruito appunto lungo il corso d'acqua. L'ipotesi forse non era del tutto errata perché l'acqua corrente perenne della roggia, che serviva di scarico delle immondizie, rendeva certo più igienica la vita di chi abitava sui bordi.
Si conoscono forti epidemie di peste fra il 1348-1350 che colpirono tutta l'Europa, con periodiche riprese nel 1360-1362 e nel 13741375. Altre grosse epidemie, almeno nelle zone del Piemonte, si ebbero nel 15 10, con forti riprese nel 15 22 e nel 1599. Sarà stata la peste del 1522 o altre precedenti a indurre i Lamporesi a ricostruire il Paese lungo la roggia? Le date sarebbero compatibili: se la chiesa venne eretta a Parrocchia nel 1571 doveva già esistere attorno alla medesima un consistente centro abitato ove vivevano, come documentato nel cap. IV, 1, già 600 persone, e tante case e una chiesa (anche se non monumentale come è attualmente, in seguito a successivi ampliamenti) non si fanno in pochi anni.
Ma sorge un altro problema: saranno state abitate subito entrambe le rive della roggia oppure solo quella a mezzogiorno, cioè verso Crescentino? Potrebbe essere ipotizzabile che, almeno in un primo tempo, fosse stata abitata solo la riva verso Crescentino, sia perché le case più antiche sono in tale parte, sia perché la chiesa e annesso vecchio cimitero erano in tale parte, sia perché in un primo tempo i confini del territorio di Crescentino potevano forse arrivare solo fino all'alveo della roggia, sia per le difficoltà a costruire ponti per l'attraversamento del corso d’acqua forse allora non ancora canalizzato. Comunque per ora resta solo un'ipotesi da verificare. In piccoli scavi, quasi in superficie, nella regione Nivolè, nel campo a sinistra lungo la strada del Nivolè a circa 350 metri dalla roggia (proprietà attuale di Caravino Gennaro) abbiamo trovato, fra molti informi frammenti di mattoni e di altri cotti più sottili, alcuni pezzi che riteniamo frammenti di tegole romane con il classico incavo su un bordo per l’aggancio con le altre tegole. Da un primo confronto con tegole romane in musei tutto corrisponderebbe; se la cosa ci sarà confermata da archeologi specialisti avremo la garanzia archeologica dell'insediamento di epoca romana nel luogo, infatti dal medioevo in avanti tali tegole non si trovano più usate nelle nostre regioni, sostituite dai classici "coppi" a canale ancora attuali.
Si parla anche dell'esistenza di 'fornaci" sul luogo della Fraschea-Nivolè-Vallana per la cottura di mattoni durante la costruzione dei ponti del canale Cavour. La cosa è possibile ma non contraddice l'eventualità di resti di abitati precedenti; nelle fornaci per mattoni dell'Ottocento non si facevano certo tegole romane! Lascia inoltre perplessi che di edifici per la cottura di mattoni esistenti fra il 1864-1866 (anni della costruzione del canale Cavour) non sia rimasta più traccia all'inizio del Novecento, anni di ricordanza diretta almeno dei nostri padri. Tuttavia le due 'cose non sono in contrasto e soprattutto nulla tolgono all'eventualità di un antico insediamento in detta regione: è una zona rialzata, in un ambiente che doveva essere piuttosto paludoso negli avvallamenti; inoltre era abbastanza vicina al corso d'acqua della roggia, che doveva essere molto più largo prima che fosse canalizzato, infatti zone di cannette carbonizzate si sono trovate durante un recente scavo attraverso la strada accanto alla roggia, presso la piazza, per la posa di tubi di cemento di scarico nella roggia del fosso proveniente dall'attuale cimitero, indice della maggior larghezza del suo alveo. Il luogo era cioè abbastanza adatto ad essere abitato. Anche un toponimo (nome di luogo) ci invita a pensare alla preesistenza dell'abitato di Lamporo nell'attuale zona Fraschea-Nivolè-Vallana. Essa si trova, infatti, dalla parte da `n su" fino a dopo le case alla sinistra andando dalla piazza verso il Mulino ed è piuttosto rialzata dal livello della roggia e della pianura circostante, davanti a detta zona, ma alla destra della roggia andando dalla stessa parte, vi è una zona denominata "bàs Lampeau" (basso Lamporo). In realtà nei confronti dell'attuale abitato di Lamporo quella zona è piuttosto in alto, non in basso, infatti l'acqua della roggia scorre da essa verso l'abitato; come si può allora spiegare quella denominazione come se fosse in basso mentre invece è in alto nei confronti dell'attuale abitato di Lamporo? Ma la contraddizione del toponimo "bàs Lampeu" (basso Lamporo) scompare se immaginiamo l'abitato di Lamporo posto nella zona Fraschea-Nivolé-Vallana, perché allora i campi del "bas Lampeu" sarebbero veramente in basso relativamente alla zona Fraschea-Nivolé-Vallana che resta più rialzata. Si ritiene che i toponimi restino nel tempo anche molto a lungo e sono ormai utilizzati nelle ricerche storiche, allora quel nome di "bàs Lampeu" potrebbe essere nato prima che l'abitato del paese venisse spostato e sarebbe un ulteriore indice della sua precedente collocazione nella zona Fraschea-Nivolé-Vallana, altrimenti il nome di "bàs Lampeu" non si spiegherebbe, anzi, sarebbe contraddittorio.


DOCUMENTAZIONE STORICA
Le notizie "documentate" che fino ad ora siamo riusciti a rintracciare ci dicono che il primo nucleo della Chiesa parrocchiale sarebbe stato costruito nel 1566 (abbiamo trovato la notizia nel documento di erezione a Parrocchia nel 1571). Se in quell'epoca esisteva l'edificio della Chiesa, eretta poi in Parrocchia, evidentemente doveva pure esserci un centro abitato di una certa consistenza, infatti ospitava già 600 persone. Durante il rifacimento del tetto della casa di via Chiò 9 venne rinvenuto un cuneo di legno che serviva a fermare un grosso trave con riportato in cifre latine MDXCIV (1594) e una scritta solo parzialmente leggibile, che conferma l'esistenza del centro abitato attuale almeno dalla seconda metà del Cinquecento.
Nel 1613 la Comunità di Crescentino, con atto del duca di Savoja, acquista piena autonomia dalla famiglia dei conti annesse, pagando naturalmente adeguato riscatto ai conti Tizzoni. Tuttavia la Comunità e il luogo di Lamporo, per quanto si può desumere dai documenti, resta amministrativamente parte della Comunità di Crescentino nonostante fosse da tempo eretta a Parrocchia autonoma. L'erezione di Lamporo in Comunità autonoma e la contemporanea infeudazione del conte Carlo Giovanni Giacinto Pastoris di Saluggia a conte anche di Lamporo data sicuramente dal 18 aprile 1694. Esiste infatti il documento della "smenbratione" del territorio e popolazione di Lamporo dalla Comunità di Crescentino e contemporanea erezione in Comunità autonoma di Lamporo redatto a nome di Vittorio Amedeo Il (duca di Savoja, principe di Piemonte, re di Cipro, etc.).
La Comunità di Lamporo acquista il diritto di congregarsi per capi di casa e formare un Consiglio Ordinario..." e ne viene nello stesso tempo infeudato il conte Pastoris di Saluggia, che il giorno successivo, 19 aprile 1694, versa alle casse del Ducato di Savoj a la somma di lire 30.000 d'argento per l'acquisto del feudo; si dice espressamente nel documento che tali atti erano compiuti per venire incontro alle richieste della popolazione e per "procurare tutti li mezzi che possono soccorrere le nostre finanze [del Ducato]" dissanguate dalla lunga guerra contro i Francesi invasori guidati dal Catinat. Il 22 aprile 1694 i "particolari" di Lamporo ratificavano la "smembratione et infeudatione" di Lamporo. Il giorno 18 aprile dovrebbe dunque diventare festa comunale di Lamporo a ricordo della conquistata autonomia e indipendenza.
Tuttavia le traversie e i maneggi per l'autonomia comunale, che dovevano datare da molto tempo prima del 1694, non erano ancora finiti, perché l'atto di "smembratione" demandava a successivo atto la precisa divisione dei confini e delle proprietà fra Lamporo e Crescentino, e così incomincia una lite fra i due Comuni durata oltre 130 anni. Solo con un atto concordatario, di circa 250 pagine, redatto l'l1 gennaio 1827 e registrato il 6 febbraio dello stesso anno vengono risolte le varie questioni. Con quell'atto Lamporo acquista, fra l'altro, il diritto a un letto perpetuo gratuito nell'ospedale di Crescentino, cui già aveva diritto per effetto di un copioso lascito (l’ospedale di Crescentino venne costruito nel 1583) e gli abitanti il diritto di prelevare gratuitamente sabbia, ghiaia, pietre dal fiume Dora nel territorio di Crescentino.

Tratto dal libro "Appunti di storia di Lamporo" di Ferruccio Deva
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